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Abbazia di Santa Maria di Corazzo - Carlopoli

di Salvatore Piccoli

Le vestigia imponenti di una delle più importanti abbazie del medioevo cristiano in Calabria sono ancora visibili, come adagiate, sulle smeraldine distese dell’alta valle del fiume Corace, in territorio del comune di Carlopoli, a poca distanza dall’abitato di Castagna. L’abbazia fu fondata attorno alla metà dell’ XI secolo in seguito alle politiche filo normanne deipontefici romani dell’epoca. Il condottiero normanno Roberto il Guiscardo, per ottenere libertà di conquista nell’Italia meridionale, ricambiò i favori del papa esautorando vescovi di rito bizantino, allora preponderante in Calabria, e li sostituì con religiosi fedeli a Roma. Talvolta fondò ex novo abbazie affidandole ai benedettini, veicolo privilegiato della rilatinizzazione del culto: così fu per Corazzo. L’abbazia fu presto rivestita da numerose e ricche donazioni di terre e feudi sia dai sovrani normanni che dai pontefici romani e riuscì in poco tempo ad assurgere ad una condizione di primaria importanza nel panorama religioso dell’epoca. Ma l’importanza di Corazzo si sestese altresì all’ aspetto economico e ad un rilevo politico significativo divenendo centro irradiatore di sviluppo demografico. In effetti l’abbazia sorge al centro di un’ area geografica vastissima perimetrata da una serie di agglomerati urbani che testimoniano ancora l’influsso esercitato dall’abbazia. I benedettini neri abitarono Corazzo per circa novant’anni, poi i monaci coracensi adottarono la riforma cistercense di Bernardo di Chiaravalle. L’importanza di Corazzo ebbe un grandioso sussulto quando nel 1177 ne divenne abate Gioacchino da Celico. Gioacchino visse e operò dentro le mura coracensi per circa dieci anni, prima di andarsene a fondare il cenobio di Fiore diventando fatalmente e meravigliosamente “Gioacchino da Fiore”. Gioacchino a Corazzo visse il suo periodo più intenso per l’estro esegetico e spirituale che lo caratterizzarono e qui elaborò e in parte scrisse le sue tre opere maggiori che ne fecero l’ ineffabile personalità universalmente riconosciuta. Nelle mura di Corazzo dettava in contemporanea a tre amanuensi L’ Introduzione all’Apocalisse, Il Salterio delle dieci corde e La concordia del vecchio e del nuovo testamento. Le ricchezze dell’abbazia in quegli anni si accrebbero notevolmente, ma nei secoli successivi, spesso a causa di guerre e pestilenze, ma soprattutto per le voracità baronali, Corazzo iniziò una parabola discendente. Tale condizione diprecarietà divenne tangibile nel 1465, quando fecero la loro triste comparsa le Commende. L’abbazia di Corazzo fu affidata ad un abate commendatario che ne amministrava i beni vivendo lontano e non conoscendo movenze e problematiche dei monaci, lasciando che i signorotti locali facessero i loro comodi con le terre dell’abbazia e con le fatiche dei contadini. Nella seconda metà del XVI secolo però a Corazzo fu arrendatore, cioè appaltatore dei beni nominato dal commendatario, un particolare personaggio: Bernardino Telesio di Cosenza! Attratto e affascinato dalla vetusta e preziosa biblioteca dell’abbazia, Bernardino rimaneva spesso a rimirare la natura dei luoghi leggendo. In questa valle solitaria e dolce forse Telesio vide quell’anima della natura che mirabilmente espresse nella sua opera, in parte qui composta: De rerum natura iuxta propria principia. Un terribile terremoto sconvolse la Calabria nel 1638 e abbattè le mura dell’abbazia . Ricostruita, venne arricchita dall’opera di valenti artisti napoletani. Nel corso del XVIII secolo i Borboni scrissero l’ abbazia di Corazzo nelle liste fiscali di Scigliano spogliandola di molti averi e dando inizio allo smantellamento definitivo. Un altro duro colpo Corazzo subì con il terremoto del 1783: non si rialzò essendo mutato il panorama politico europeo. Fu la legge francese del febbraio 1807 a decretare la fine della vita monacale a Corazzo. Le sue mura dirute, annerite dal tempo e dall’ignoranza amministrativa, svettano ancora ad ammonire chi passa. Sarebbe ora di poterci dire orgogliosi di una storia e di una identità che spesso ci viene espropriata da una politica disattenta e incapace.



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