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SCIURA: LA VIOLENZA DELL'AMORE - Paola

Sabato 10 Aprile 2010 ore 21.00

Teatro Odeon di Paola (CS)

“SCIURA: LA VIOLENZA DELL'AMORE”

di Lucia Brischetto

con Nino Castelnuovo, Barbara Bovoli e Fausto Costantini


Regia: Fausto Costantini
Compagnia/Produzione: Paolainscena - Teatroper
Cast: Barbara Bovoli

Tratto dall’omonimo romanzo di Lucia Brischetto che, come Émile Zola grida, attraverso la sua Sciura, “J’accuse”. Accuso il peccato del silenzio. Quando c’è violenza sulla donna o sui minori, c’è sempre una corresponsabilità del contesto, di chi sta accanto e non vede o finge di non vedere. “J’accuse”, scrive Lucia.

Sciura, protagonista di tutti i tempi, si macchia di un orrendo delitto: omicidio del marito con la complicità del cognato di cui è innamorata. Banale storia sarebbe la conclusione, ma l’autrice indaga, quasi scava la psicologia del personaggio. Perché Sciura ha ucciso? E ancora: il carcere è solo luogo di punizione, ma può anche essere luogo e tempo (sospeso) di rieducazione? Per la Brischetto il giusto e l’ingiusto hanno due connotazioni fondamentali: il giusto giuridico e il giusto etico. Il giusto giuridico sta nell’osservanza delle leggi. Questa giustizia, la giustizia in quanto Istituzione, non è la qualità di ciò che è giusto; è l’istituzione che applica la legge. Da questo punto di vista Sciura compie un reato e la legge la punisce con la reclusione. Ma noi abbiamo anche l’idea di una giustizia al di là della legge, forse addirittura di una giustizia per la quale non vi può essere legge, una giustizia che non può essere racchiusa in una legge, una giustizia superiore a qualunque legge, il giusto etico. Sciura, infatti, dice: “Non mi sento insultata dalla Giustizia, quella istituzionale, mi sento insultata dalla vita. Quante volte Sciura ha pensato: Non è giusto!, un grido senza voce, un lamento muto, non raccolto da nessuno. Non è giusto nascere per caso, non avere la carezza della madre, una fiaba raccontata prima di addormentarsi; non è giusto invidiare le bambole perché coccolate dalle loro mamme bambine, non è giusto avere rubata l’infanzia. Tutte ingiustizie, queste, subite dalla giovane. Sciura, infatti, vive in un contesto familiare, arretrato, ignorante, dove anche la religione viene vissuta superficialmente, come un rito pagano, senza valori morali; dove vale più una gallina o una pecora che un figlio. La sua casa è sempre frequentata da uomini, amici della madre, e Sciura è troppo piccola per capire, ma già adulta per soffrire. Ha bisogno di chiedere, di andare a scuola con altri bambini, di avere amici, di essere educata alla vita, ai sentimenti, ma nessuno si occupa di lei e se qualcuno osa farlo viene respinto dalla madre. La famiglia di Sciura è esclusa. La stessa Sciura viene evitata e non comprende la causa dell’isolamento dalla comunità, il distacco degli altri dalla sua umanità bambina che le appartiene. E accumula amarezze, in silenzio. Soltanto a scuola è un pò tranquilla perché a scuola non ci sono letti da condividere con gli “zii”. Il prete preferisce non avere in Chiesa Sciura e sua madre a causa della posizione familiare moralmente irregolare. Ha un concetto confuso anche di Dio, sa che deve amarlo ad ogni costo, ma non capisce perché Lui non intervenga nella sua vita d’inferno. Quando Sciura ha ancora 13 anni, quando ancora avrebbe bisogno di giocare, la sua adolescenza viene violata. La stessa madre la consegna ad uno dei suoi amici. A 18 anni Sciura rimane incinta di quell’uomo e lo deve sposare: le “ giuste nozze” con quello che era stato l’ amante della madre, “un ammasso di istinti primitivi”, un “orco”, l’orco che non ama e non si ama, un matrimonio celebrato come un funerale, un matrimonio-tomba. Massacrata senza gridare, una continua violenza subita, celata, da celare, per non “spubblicare” il marito, prima una soggezione materna poi coniugale: Sciura si riduce ad essere una schiava silente. Poi Sciura scopre l’amore, avverte la possibilità di avere tutto ciò che gli era mancato, si innamora del cognato e, dopo l’ennesima violenza subita, dopo la proposta oscena fatta dal marito di dividere il suo corpo con quello del fratello purché non si venga a sapere, si ribella e uccide, aiutata dal suo amante. Nel Carcere, il cimitero dei vivi, paradossalmente Sciura scopre la vita e il senso della vita. Attraversa l’inferno, la quotidianità del carcere, coabita con le compagne detenute per cento reati più o meno gravi, scopre brandelli di umanità. Stando “dentro” diventa “persona dotata di sentimenti, di diritti e doveri, di colpe, di rispetto”.

Teatro Odeon

Via Cilea

Paola (CS)